Non sono che pochi vocaboli, ma sono come una formula magica; hanno la proprietà di liberare immediatamente qualcosa, nell’intuizione spirituale di ognuno. Un’intuizione raramente uguale. Somiglia all’effetto della musica. Proprio come musica, anche queste poche parole trovano una via immediata allo spirito dell’uomo, al suo vero «Io». Naturalmente solo in coloro che non serbano il loro spirito assolutamente chiuso e non hanno perduto già qui sulla terra la loro vera umanità.
Ma ogni uomo a queste parole ripensa spontaneamente e immediatamente a un’esperienza profonda del passato. Essa gli si ravviva dinanzi, destando con l’immagine visiva anche l’intuizione corrispondente.
Ci saranno delicate nostalgie, malinconica gioia, oppure un’aspirazione muta e irraggiungibile. Ci saranno anche orgoglio, collera, orrore, odio. L’uomo pensa sempre a una sua vecchia esperienza che lo ha eccezionalmente colpito e che egli da tempo credeva svanita.
Invece nulla si è dileguato, nulla si è perduto di ciò che un giorno fu veramente vissuto nell’intimo. L’uomo può ancora chiamare tutto suo, come una realtà acquisita e perciò indistruttibile. Ma solo se è stato veramente vita! Tutto il resto non può essere risuscitato da quelle parole.
Solo osservando con attenzione e riflessione attenta, l’uomo deve subito riconoscere ciò che in lui è veramente vivo e ciò che può considerarsi morto, come una scorza inanimata di inutili memorie.
Ha scopo e utilità nell’uomo (qui non si deve pensare al suo corpo fisico) soltanto ciò che ha operato così profondamente in lui durante la sua vita terrena da lasciare nella sua anima un’impronta che non svanisce e non si lascia cancellare. Solo queste impronte influenzano e formano l’anima umana e in seguito, continuando la loro azione, anche il progresso dello spirito per il suo perenne sviluppo.
In verità, dunque, soltanto ciò che lascia un segno così profondo può dirsi vissuto e divenuto perciò proprio. Tutto il resto è vento che va oltre senza lasciare traccia, o serve, tutt’al più, come mezzo accessorio per futuri avvenimenti capaci poi di creare impressioni così profonde.
Felice chi può chiamare sue molte esperienze così forti, sia che abbiano recato gioia come dolore, perché le impressioni di esse saranno un giorno ciò che di più prezioso l’anima umana porta nel suo cammino per l’Aldilà.
La sola attività dell’intelletto terreno, quale si esercita oggi, giova soltanto, e se bene applicata, a facilitare la parte fisica dell’esistenza terrena. A ben riflettere è questo il fine peculiare di qualunque attività dell’intelletto! Essa non porta, in ultima analisi, ad altri risultati, in tutta la scienza accademica, qualunque sia il suo campo, come in tutte le attività dello stato o della famiglia, nell’ambito dell’individuo come in quello delle nazioni o infine dell’intera umanità.
Ma tutto purtroppo si è sottomesso incondizionatamente all’intelletto e perciò è pesantemente incatenato alla limitatezza dell’intendimento terreno, ciò che naturalmente porta conseguenze rovinose in tutte le attività e in tutti i fatti, come continuerà a portarne.
Vi è una sola eccezione in tutta la terra, che ci è offerta non certo dalla Chiesa, come più d’uno penserà e come anche dovrebbe essere, ma dall’arte! Nell’arte l’intelletto ha indiscutibilmente una parte secondaria. Dove l’intelletto vi raggiunge la supremazia, l’arte si abbassa subito a un mestiere, naufraga immediatamente e inevitabilmente. È una conseguenza che nella sua naturale semplicità non dà possibilità diverse. Non si potrebbe citare neppure un’eccezione.
Ma questa conseguenza è evidentemente uguale per tutti gli altri campi! Questo non darà luogo a riflessioni? Dovrebbe davvero aprire gli occhi a tutti. Deve essere chiaro a chi riflette su quest’analogia, come anche in tutte le altre attività, se in esse domina l’intelletto, che non si hanno che surrogati e mediocrità! Di fronte a questo dato di fatto, l’uomo dovrebbe riconoscere quale parte per natura appartiene all’intelletto, quando deve sorgere qualcosa di giusto e di grande!
Soltanto l’arte, fino ad oggi, nasce ancora dall’attività dello spirito vivo, cioè dall’intuizione. Soltanto essa ha avuto un’origine e un divenire naturali, e perciò normali e sani. Invece lo spirito non si manifesta nell’intelletto, ma nelle sue intuizioni, e non si rivela se non in ciò che si dice generalmente «la sensibilità», precisamente quella che l’intellettuale di oggi, nel suo orgoglio smisurato, volentieri beffeggia e deride. Così si prende gioco di ciò che è più prezioso nell’uomo, di ciò che precisamente fa di lui un uomo!
Lo spirito non ha nulla a che fare con l’intelletto. Se l’uomo si decide a migliorarsi in ogni cosa, deve tener conto delle parole del Cristo: «Dovete riconoscerli dalle loro opere!» È giunta l’ora che questo si compia.
Soltanto le opere dello spirito, dalla loro origine, recano vita, perciò durata e stabilità. Tutto il resto non può che crollare, passato il tempo del suo fiorire. Quando se ne dovranno avere i frutti si fa chiara la sua inanità!
Considerate soltanto la storia! Soltanto l’opera dello spirito, cioè l’arte, è sopravvissuta a quei popoli che sono crollati per effetto del loro freddo intellettualismo senza vita. Il loro alto e celebrato sapere non poté più offrire salvezza. Egiziani, greci, romani hanno percorso questa via, e più tardi anche spagnoli e francesi, e oggi i tedeschi. Eppure le opere della loro arte genuina sono sopravvissute! Esse non potranno mai perire. Tuttavia nessuno ha colto la rigorosa regolarità con cui si ripetono questi fenomeni. Nessuno vi ha meditato per approfondire la radice segreta di questo male profondo.
Invece di ricercarla e di mettere un termine a questa decadenza che ritorna sempre, si è accettato ciecamente e ci si è piegati all’inevitabile, lamentando e deplorando.
Alla fine oggi l’intera umanità ne è colpita! Molta sventura è alle nostre spalle, mentre una più grande ci attende. Un dolore profondo passa attraverso le folte file di coloro che già da ora ne sono in parte colpiti.
Pensate a tutti quei popoli che già hanno dovuto precipitare, appena raggiunta la loro fioritura, al vertice del loro intellettualismo. I frutti di quella fioritura sono sempre stati ovunque gli stessi! Immoralità, mancanza di pudore e intemperanza, in mille forme, e conseguenze di questo, la decadenza e la rovina.
È un’evidente coincidenza che deve colpire chiunque! Chiunque rifletta deve scoprire in questi avvenimenti, la caratteristica precisa e la conseguenza di leggi severe.
Ciascuno di questi popoli, uno dopo l’altro, ha dovuto finalmente riconoscere che la propria grandezza, potenza e dominio non erano che apparenza, che si erano sorretti sulla prepotenza e la violenza, non su una sana fortezza interiore.
Aprite gli occhi dunque, invece di perdervi d’animo! Guardatevi intorno, imparate la lezione del passato, confrontatelo con i messaggi che vi sono giunti già da millenni dal Divino; non potrete che scoprire la radice del male che vi divora e che costituisce il solo impedimento all’elevazione dell’intera umanità.
Solo quando il male sarà profondamente estirpato, non prima, verrà schiusa la via per una generale elevazione. Essa sarà allora durevole, perché sarà capace di recare in sé una vitalità dello Spirito che finora è stata esclusa.
Prima di approfondire questo campo, vorrei chiarire che cosa è lo Spirito, in quanto unico e reale elemento vivo nell’uomo. Lo Spirito non è arguzia o intelletto! Neppure la scienza accademica è Spirito. È improprio attribuire «spiritualità» a un uomo che abbia molto studiato, letto, osservato, e quindi sappia sostenere una bella conversazione, o che faccia interventi brillanti e uscite argute.
Lo Spirito è tutt’altra cosa. Esso ha una costituzione autonoma e originaria che deriva da un mondo che gli è affine e che è diverso dalla zona a cui appartiene la terra e dunque dai corpi fisici. Il mondo dello Spirito si trova più in alto, forma la parte più alta e più leggera della Creazione. Questa parte spirituale dell’uomo ha il compito, per questa sua costituzione, di risalire alla zona dello Spirito, appena tutti i rivestimenti della materia saranno caduti. L’impulso all’ascesa si librerà a un grado ben determinato di maturazione e condurrà poi lo Spirito nel mondo a cui è affine e verso cui è attirato dalla forza dell’affinità.*
Lo Spirito non ha a che fare con l’intelletto terreno, ma solo con quelle qualità che si indicano col nome di «sensibilità di cuore». Spirituale è dunque sinonimo di «sensibile di cuore» e non di intellettivo.
Per mettere meglio in luce questa differenza, basta far uso di una proposizione: «C’era una volta!…» Molti ricercatori ci troveranno già una chiarificazione. Se osservano attentamente in se stessi, possono riconoscere tutto ciò che ha giovato alla loro anima nella vita terrena finora vissuta, e tutto ciò che ha servito soltanto a facilitare il puro e semplice compimento del loro lavoro nell’ambiente terreno, dunque ciò che non è solo terreno, ma che ha anche un significato trascendente, e ciò che serve soltanto a scopi terreni, ma che per l’Aldilà è privo di ogni valore. L’uomo può portare con sé quello, ma questo dovrà lasciarlo indietro, alla sua dipartita, come ciò che appartiene a questo mondo e che non può più servire. Quello che lascia non è che uno strumento per le sue opere terrene, un ausilio durante il suo tempo terreno, non di più.
Ma quando uno strumento non è utilizzato come tale, anzi gli si dà un valore troppo alto, non può evidentemente essere all’altezza del nuovo compito; si trova in una posizione falsa, e per la sua stessa natura è causa di molteplici insufficienze che col tempo portano conseguenze rovinose.
L’intelletto terreno è di primo piano tra questi strumenti; come prodotto del cervello umano, deve conservarne i limiti, che sono quelli a cui rimane sottoposto, per la sua stessa costituzione. Tutto ciò che è corporeo e materiale. Ogni prodotto non può essere diverso da ciò che lo origina. Resta sempre della natura di ciò che gli ha dato origine, e così le opere che ne nascono.
Da qui naturalmente l’angustia della capacità concettuale dell’intelletto, volta solo al terreno e strettamente legata allo spazio e al tempo. Come si articola dalla materia fisica, per se stessa inerte e che non ha vita propria, è anch’esso senza energia vitale. Questa condizione si estende naturalmente a tutte le attività dell’intelletto, che perciò resta nell’impossibilità di infondere qualcosa di vivo nelle sue opere.
In questi fatti inflessibili e naturali è la chiave dei torbidi avvenimenti dell’esistenza umana su questa piccola terra.
Dobbiamo finalmente imparare a distinguere tra spirito e intelletto, tra il nocciolo vivo dell’uomo e il suo strumento! Se questo strumento è posto al di sopra di quel nocciolo vivente, come finora è avvenuto, ne deriva un’anomalia che necessariamente porta con sé dall’origine il germe della morte; ciò che è vitale, più alto e più prezioso, viene imbrigliato, legato, mutilato della sua attività necessaria, fino a che nell’inarrestabile rovina di una costruzione senza vita, lo spirito si leva, ma non ancora pronto, dalle macerie.
All’espressione «C’era una volta» sostituiamo la domanda: «Che cosa c’è stato in altri tempi?» L’effetto è tutto diverso. Si nota subito questa grande differenza. La prima espressione si rivolge all’intuizione che è legata allo spirito. La seconda si rivolge invece all’intelletto. Ne sorgono immagini totalmente diverse, immagini fin dall’origine ristrette, fredde, senza calore di vita, perché l’intelletto non ha da dare di più.
La più grande colpa dell’umanità, fin dall’origine, è stata questa di porre sopra un alto piedistallo quest’intelletto che non può costruire se non opere frammentarie e senza vita, e di averlo letteralmente adorato. Gli si è attribuito un posto che avrebbe dovuto essere riservato solamente allo spirito.
Quest’iniziativa è opposta pienamente ai decreti del Creatore e perciò alla natura, poiché essi sono profondamente ancorati all’attività della natura. Perciò nulla può essere condotto al suo vero fine, ma deve naufragare al punto in cui deve cominciare la raccolta. Non c’è altra possibilità: è un fatto naturale e scontato.
Soltanto nella tecnica pura, in ogni industria, avviene diversamente. Essa ha raggiunto per mezzo dell’intelletto alte vette e più alte ne conquisterà in futuro! Ma questo dato di fatto è una prova della verità delle mie asserzioni. La tecnica è, e rimane sempre in tutti i campi, un fatto puramente terreno e morto. Siccome l’intelletto appartiene a tutto ciò che è terreno, gli è possibile spiegarsi brillantemente nella tecnica e di produrvi veramente grandi cose. Si trova nel suo giusto ordine, nel suo compito autentico!
Ma dove bisogna prendere in considerazione anche qualche cosa di «vivente» e cioè di esclusivamente umana, l’intelletto in se stesso non basta più, non può che mancare, appena non è guidato dallo spirito! Infatti soltanto lo spirito è vita. Il successo in un genere determinato può solo e sempre essere ottenuto dall’attività di ciò che è omogeneo. Perciò l’intelletto terreno non può mai agire nel campo dello spirito! Per questo aver collocato l’intelletto al di sopra della vita è stato un grave delitto di quest’umanità.
L’uomo ha rivolto il suo compito in direzione perfettamente opposta all’ordine materiale e naturale; lo ha capovolto, per così dire, attribuendo all’intelletto, che viene in secondo posto, e solo sul piano terreno, la posizione superiore che appartiene allo spirito vivente. Ne consegue naturalmente che oggi è costretto a cercare penosamente dal basso verso l’alto, giacché la posizione preminente dell’intelletto, con le sue limitate possibilità di comprensione, gli impedisce una più vasta visione, invece di poter guardare dall’alto, per mezzo del proprio spirito.
Se vuole risvegliarsi è obbligato prima di tutto a «scambiare le luci di rotta». Riporre l’intelletto che è in alto al suo giusto posto in natura, e lo spirito di nuovo nel suo posto altissimo. Ma questo scambio necessario non è più così facile per gli uomini di oggi.
L’antico scambio che gli uomini operarono in modo così decisivo contro la Volontà del Creatore, e perciò contro le Leggi naturali, fu il vero «peccato originale» e le sue conseguenze non avrebbero potuto essere più terribili; esso crebbe e divenne la «colpa ereditaria», perché l’avere elevato l’intelletto a un dominio assoluto, ha portato anche, come conseguenza naturale, per la cura unilaterale e l’esercizio via via sempre più attivo di una parte del cervello, lo sviluppo di quella sola parte, che presiede al lavoro intellettuale e al deperimento dell’altra. Per questo la parte cerebrale, deperita dall’inattività, oggi non può manifestarsi che nei sogni confusi dell’inconscio per di più soggetta agli influssi prepotenti del cervello cosiddetto cosciente, che muove l’intelletto.
La sezione del cervello che dovrebbe costituire un ponte verso lo spirito, o meglio dallo spirito verso tutto ciò che è terreno, è dunque paralizzata, il suo legame è spezzato o almeno molto allentato; per questo l’uomo si è escluso da ogni attività dello spirito, e insieme dalla possibilità di «ispirare» l’intelletto, spiritualizzandolo e vivificandolo.
Entrambe le sezioni del cervello avrebbero dovuto essere sviluppate in eguale misura, per un’attività comune e armonica, come ogni altra parte del corpo. Lo spirito avrebbe guidato, e l’intelletto avrebbe eseguito, qui sulla terra. È più che comprensibile dunque che tutta l’attività del corpo, anzi esso stesso non possa mai essere come dovrebbe. Naturalmente tutto questo si riflette su ogni cosa: a tutto ciò che è terreno manca l’essenziale!
Che questi impedimenti abbiano contemporaneamente portato anche a un allontanamento ed estraniamento dal Divino, è fatto facilmente comprensibile. Venne a mancare la via di comunicazione.
Inoltre c’è stato un altro danno: già da millenni i fanciulli sono nati, per un’ereditarietà sempre crescente, con il cervello anteriore così sviluppato che ogni fanciullo viene già in partenza facilmente assoggettato all’intelletto, non appena questo cervello inizia la sua piena attività. L’abisso tra le due sezioni del cervello è ora così ingigantito, la loro capacità di lavoro è a tal punto ineguale che per la maggioranza degli uomini ogni miglioramento non potrebbe realizzarsi senza una catastrofe.
L’uomo intellettualizzato del nostro tempo non è più un uomo normale, perché gli manca del tutto lo sviluppo della parte principale del suo cervello che costituisce l’uomo integrale, a causa di quell’atrofia millenaria. Ogni uomo intellettuale, senza eccezione, ha un cervello menomato. Da millenni dominano la terra minorati di cervello, che considerano l’uomo normale un nemico e cercano di opprimerlo. Nella loro atrofia, immaginano di compiere grandi cose, e non sanno che l’uomo normale è in condizione di compierne dieci volte di più; egli costruisce opere durevoli e più perfette di quelle che oggi si producono faticosamente! Per chi ricerca con vero impegno, la via è aperta per giungere a questa capacità!
Per l’uomo d’intelletto tuttavia non sarà più facile poter afferrare qualcosa di tutto ciò che appartiene all’attività di questa sezione atrofizzata del suo cervello! Anche se lo volesse, non lo potrebbe, semplicemente; la sua volontaria autolimitazione non gli suggerisce che scherno per tutto ciò che gli è inaccessibile, e che per lo sviluppo in effetti deficiente e anormale del suo cervello non potrà mai afferrare.
È appunto questo l’aspetto più pauroso della maledizione di quest’aberrazione contro natura. La collaborazione armoniosa delle due sezioni del cervello, caratteristica dell’uomo normale, è preclusa, per sempre, per quell’uomo intellettivo del nostro tempo che si chiama materialista.
Essere materialisti non è argomento di lode, è invece dimostrazione di un cervello atrofizzato.
Dunque su questa terra regna ancora un cervello innaturale, le cui attività alla fine dovranno evidentemente portare in tutto a un’inarrestabile rovina, poiché tutto ciò che vuole intraprendere ha in sé, per la sua deficienza, disarmonia e insania fin dall’inizio.
Nulla ora si può più modificare; si deve lasciare tranquillamente che tutto crolli secondo il suo sviluppo naturale. Ma poi verrà il giorno della resurrezione dello spirito e anche d’una nuova vita! Lo schiavo dell’intelletto, che da millenni impone il suo verbo, sarà così per sempre eliminato! Egli non potrà mai più risollevarsi, perché l’evidenza e la sua propria esperienza vissuta lo costringeranno finalmente a sottomettersi volontariamente, malato e povero di spirito, a ciò che non poteva comprendere. Non gli si presenterà mai più occasione di sollevarsi contro lo spirito, né con lo scherno, né con la violenza mascherata da giustizia, come già fece contro il Figlio di Dio che lo dovette combattere.
Allora sarebbe stato ancora in tempo per allontanare molta sventura. Ma ora non più; ormai la connessione tra le due parti del cervello, già troppo allentata, non potrà più essere ricongiunta.
Non mancheranno uomini d’intelletto che vorranno ripetere beffe sul contenuto di questa conferenza, sempre senza essere capaci di addurre una sola prova veramente oggettiva, al di fuori delle loro vuote battute. Invece chi cerca e pensa seriamente, nel loro cieco zelo non vedrà che riprova di ciò che io ho ora chiarito. Quelle persone, per quanto si dessero da fare, non ne sono in grado. Consideriamoli dunque da oggi in poi come dei malati presto bisognosi d’aiuto e aspettiamo tranquillamente.
Non occorrono battaglie e atti di violenza per forzare un progresso necessario; il suo compimento viene da sé. Anche in questo caso operano fatti naturali secondo le inflessibili Leggi degli effetti di ritorno, con tanta spietatezza quanta puntualità.
Dovrà nascere allora, secondo tante previsioni, una «nuova stirpe». Essa non si formerà soltanto con nuove nascite, come oggi si può già osservare in California e anche in Australia, dove si riscontrano nati dotati di un «senso nuovo», ma prevalentemente si formerà con uomini già viventi, che nel prossimo tempo molti avvenimenti faranno «veggenti». Allora avranno questo stesso «senso» dei neonati di oggi; perché esso non è se non la facoltà di vedere il mondo con uno spirito aperto e vasto senza più lasciarsi opprimere dalla limitatezza dell’intelletto, e la colpa ereditaria sarà estinta!
Ma tutto questo non ha nulla a che fare con quelle qualità finora indicate come «capacità occulte». Sarà semplicemente l’uomo normale, quale dovrebbe essere! L’acquisita «veggenza» non ha rapporto con la «chiaroveggenza»: significa «vedere chiaramente», riconoscere.
Gli uomini allora saranno in condizione di osservare tutto senza preconcetti, ciò che significa poter giudicare. Vedranno l’uomo d’intelletto quale veramente è, con la sua limitatezza così pericolosa per lui e per il mondo che lo circonda e dalla quale derivano sia la sua smisurata ambizione che quel bisogno di aver ragione, che in effetti ne fa parte.
Vedranno anche sotto quale giogo, come stretta conseguenza di quella limitazione, ha dovuto soffrire l’intera umanità per millenni e in mille forme, e come questo cancro, questo nemico ereditario, si sia sempre opposto allo sviluppo del libero spirito umano, cioè allo scopo principale nell’esistenza degli uomini! Nulla sfuggirà ai veggenti, neppure l’amara certezza che la miseria e tutti i dolori, e tutte le cadute, dovevano avvenire per quel male, e che il miglioramento non è potuto avvenire per quella limitatezza di comprensione che aveva escluso a priori qualunque chiara veduta.
Ma con questo risveglio cesserà anche qualunque influsso e potere di questi uomini dell’intelletto. Per sempre, perché un’età nuova e migliore si schiuderà per l’umanità, nella quale non potrà più sopravvivere ciò che è vecchio.
Così avverrà quella necessaria vittoria dello spirito sull’inefficienza dell’intelletto, che è l’aspirazione di migliaia e migliaia di uomini. Tra le masse indotte in errore molti riconosceranno allora quanto fu falsa l’interpretazione data da loro a questo termine di «intelletto». I più l’avevano accettato semplicemente come un idolo, senza alcun esame, soltanto perché gli altri gliel’avevano presentato così, e perché tutti i suoi adepti avevano saputo sempre imporre, con la violenza e con le leggi, la loro parte di padroni infallibili e assoluti. Per questo molti non si prendono alcuna pena di smascherare l’autentica vacuità e la povertà che si celarono nell’intelletto.
Vi sono ora inoltre molti che lottano da decenni contro questo nemico, con tenace energia e convinzione, di nascosto e talvolta anche apertamente, magari affrontando anche le più gravi sofferenze. Eppure essi combattono senza conoscere il loro nemico! Questo naturalmente rende più difficile il successo. In un primo momento lo ha reso a priori impossibile. La spada dei combattenti non era bene affilata, perché essi spesso ne spezzavano il filo in episodi secondari. Perciò battevano anche sempre nel vuoto, disperdevano la loro forza e non provocavano che scissioni nelle loro file.
In realtà non c’è che un solo nemico dell’umanità su tutta la linea: la tirannia dell’intelletto, finora illimitata! Questo fu il grande peccato originale, la più grave colpa dell’uomo, quella che portò con sé tutto il male del mondo. Questo divenne il peccato ereditario, e questo è anche l’Anticristo, di cui fu profetizzato che avrebbe levato il capo. Con espressione più chiara, il dominio dell’intelletto è il suo strumento col quale ha assoggettato gli uomini. Lui, il nemico di Dio, l’Anticristo in persona… Lucifero!**
Siamo nel pieno di questo tempo! Oggi egli dimora in ogni uomo, pronto a perderlo, perché la sua azione porta immediatamente, come conseguenza naturale, l’allontanamento da Dio. Ne separa lo spirito appena gli è dato di dominarlo.
Perciò l’uomo deve vigilare attentamente.
Non deve per questo minimizzare il suo intelletto, ma soltanto farne quello che è, uno strumento, non la volontà determinante, non un padrone!
L’uomo delle generazioni che verranno considererà il tempo attuale soltanto con disgusto, orrore e vergogna. Pressappoco quello che proviamo quando entriamo in un’antica camera di tortura: anche in questo caso non vediamo che i tristi frutti di un freddo dominio dell’intelletto. Perché è certo e indiscutibile che un uomo che abbia solo un poco di sensibilità e perciò di vita spirituale non avrebbe mai concepito simili orrori! Però nell’insieme oggi non è diverso, è solo che il male è un po’ mascherato; la miseria delle masse ne è anch’essa un triste frutto, come in altri tempi la tortura di singoli uomini.
Allora quando l’uomo getterà lo sguardo al passato non proverà che disgusto e stupore. E si domanderà come è stato possibile sopportare in silenzio quegli errori per dei millenni. La risposta sarà evidentemente semplice: con la violenza. Ovunque si guardi essa si nota chiaramente; senza risalire ai tempi della lontana antichità, basta entrare in una di quelle camere di tortura cui ho accennato, che si possono vedere ancora oggi in molti luoghi, e il cui uso non è molto lontano.
Osservando quei vecchi strumenti, sentiamo un fremito d’orrore. Che fredda brutalità, quale bestialità! Forse nessun uomo del nostro tempo dubita che quell’antica procedura fosse un gravissimo delitto. A causa di un crimine si perpetrava così sui criminali un crimine più grande. Ma accadeva anche che qualche innocente fosse rapito alla sua famiglia e alla libertà per essere gettato brutalmente sotto quelle lugubri volte. Quali lamenti e grida d’angoscia si levavano dai prigionieri esposti senza alcuna difesa ai loro carnefici! Furono inflitte sofferenze che suscitano orrore e repulsione solo a pensarle.
Chiunque si domanda spontaneamente se fu davvero umanamente possibile fare questo a uomini indifesi e per di più con un’apparenza di diritto. Un diritto che un tempo era stato conquistato solo con la forza. Venivano poi estorte ai sospetti, attraverso le sofferenze fisiche, confessioni formali di colpevolezza, per poterli assassinare senza difficoltà. Anche se queste confessioni venivano estorte con folli tormenti fisici, ai giudici bastava, perché essi ne avevano bisogno per soddisfare la «lettera» della legge. Ma poi questi uomini ottusi come potevano veramente illudersi di potersi giustificare dinanzi alla Volontà Divina e di eludere la basilare inesorabile Legge del ritorno?
O tutti questi uomini furono la feccia dei criminali più incalliti che osavano giudicare gli altri, oppure così veniva chiaramente dimostrata la limitatezza malsana dell’intelletto terreno. Una terza soluzione non c’è.
Secondo le Divine Leggi della Creazione, ogni dignitario, ogni giudice, qualunque ufficio svolga su questa terra, non dovrebbe mai, nella sua attività, sentirsi coperto dalla sua funzione, ma deve, come ogni altra persona, portare da sé, personalmente, senza protezioni, l’intera responsabilità di ciò che compie nel suo ufficio, non soltanto nel senso spirituale, ma anche in quello terreno. Allora ciascuno assumerà i suoi incarichi con molta più serietà e scrupolo. I cosiddetti «errori», le cui conseguenze non sono mai riparabili, avverrebbero certo con minore facilità. Per non parlare poi delle sofferenze fisiche e morali delle vittime e dei loro congiunti.
A questo proposito, vogliamo esaminare il capitolo pertinente ai processi delle cosiddette «streghe».
Chi ha mai avuto l’occasione di studiare gli atti di processi del genere ha provato tanta vergona e rossore da desiderare di non essere nel novero di quest’ umanità. Poteva bastare allora che un uomo conoscesse gli effetti delle piante medicinali, o per esperienza pratica, o per tradizione, e desse il suo aiuto alla persona sofferente che lo avesse richiesto, per essere sottoposto senza pietà alla tortura, da cui lo liberava soltanto la morte sul rogo, se il suo corpo non soccombeva prima a tante crudeltà.
Perfino la bellezza fisica e in particolare una purezza non disposta a cedere, potevano essere causa di tutto questo.
Poi gli orrori dell’Inquisizione! Relativamente pochi anni ci dividono da questi eventi!
Il popolo allora sentiva perfettamente allo stesso modo l’ingiustizia di questo, come la riconosciamo noi oggi. Siccome esso non era ancora così limitato dall’«intelletto», qua e là traluceva la sensibilità intuitiva, lo spirito.
Non si riconosce oggi in tutto questo un’estrema angustia mentale? Un’imperdonabile stoltezza?
Se ne parla con un’alzata di spalle, con sufficienza, ma nel fondo niente è mutato. La stessa limitata sufficienza vi è sempre per tutto ciò che non si capisce! Soltanto in luogo di quelle torture, vi è oggi la derisione pubblica pronta per tutto ciò che la propria limitatezza non fa intendere.
Certuni dovrebbero battersi il petto e meditare su questo seriamente, senza indulgenze verso se stessi. Gli eroi dell’intelletto, uomini per nulla normali, sospettano a priori l’impostura, magari spesso davanti ai tribunali, in chiunque possieda la facoltà di conoscere qualcosa che agli altri è preclusa, o anche di vedere con gli occhi eterei la materia eterea, come un fatto naturale di cui presto non si dubiterà più, né sarà più così brutalmente combattuto.
E guai a chi non ci sa fare, ma parla con tutta ingenuità di ciò che ha visto e ha udito. Dovrà averne paura, come i primi cristiani sotto Nerone, con i suoi accoliti sempre pronti all’assassinio.
Ma chi poi ha anche altre facoltà, di quelle che non potranno mai afferrare gli intellettuali dichiarati, sarà perseguitato infallibilmente e senza pietà, calunniato e bandito, se non è disposto a cedere a tutti; in un modo o nell’altro sarà posto, se possibile, come si dice elegantemente, «in condizione di non nuocere», senza alcun rimorso. Un uomo del genere è ancora oggi una preda di qualunque uomo, a volte di indole ben poco pulita. Maggiori sono i limiti, e più grande la presunzione di saggezza e la tendenza alla superbia.
Nulla si è imparato dalle vicende di altri tempi, dalla tortura, dai roghi e da quei risibili atti processuali! Infatti ognuno può ancora insudiciare e insultare impunemente ciò che è fuori dalle sue attitudini e dal suo intendimento. In questo senso nulla è mutato da come fu allora.
Ancora peggiore della giustizia fu l’Inquisizione, di origine ecclesiastica. Le grida dei tormentati vi erano coperte da pie preghiere. Che oltraggio alla Volontà divina nel Creato! I rappresentanti della Chiesa di allora dimostrarono in questo di non avere neppure un sospetto della vera dottrina del Cristo, né del Divino e della Sua Volontà creatrice le cui Leggi inderogabili sono immanenti nella Creazione e vi operano egualmente dal principio alla fine di tutti i tempi.
Costituendo lo spirito umano, Dio gli ha dato il libero arbitrio per decidere. Esso può maturarsi solo con questo libero arbitrio così come egli deve tergersi ed evolversi pienamente. Soltanto in questo ne ha la possibilità. Ma se il suo libero arbitrio viene vincolato, ne avrà un ostacolo, se non addirittura una violenta involuzione.
Le Chiese cristiane, come molte religioni, hanno lottato contro questa determinazione divina, le si sono opposte con la massima crudeltà. Con le torture e infine con la morte volevano costringere gli uomini a percorrere vie, a fare confessioni, contrarie alle loro convinzioni, dunque contrarie alla loro volontà. Così peccarono contro il comandamento di Dio. Non solo, ma impedirono agli uomini il loro progresso spirituale e lo fecero arretrare di secoli.
Se solo una scintilla di vera intuizione, cioè di spirito, si fosse manifestata, tutto ciò non sarebbe mai dovuto né potuto accadere! Solo la freddezza dell’intelletto fu causa di tale inumanità.
Ci furono perfino papi, come la storia testimonia, che fecero uso del veleno e del pugnale per realizzare i loro desideri e i loro scopi puramente terreni. Questo non poteva avvenire che sotto il dominio dell’intelletto che soggiogava tutto, nella sua avanzata vittoriosa, non fermato da nulla.
Ma su tutto regna e ha regnato sempre, in un ordine inflessibile, la Volontà ferrea del nostro Creatore. Nel passaggio all’Oltretomba ogni uomo è spogliato della sua potenza e della difesa terrestre. Tutto, nome e posizione, è rimasto dietro di lui. Non è che una povera anima umana che va per raccogliere, per gustare ciò che ha seminato. Non una sola eccezione è possibile! Il suo cammino passa attraverso l’immenso ingranaggio degli inesorabili effetti di ritorno della Giustizia divina. Non c’è più né Chiesa né stato, ma soltanto anime umane individuali che debbono rendere conto di persona degli errori che hanno commesso!
Chiunque agisce contro la Volontà di Dio, cioè chiunque pecca nella Creazione, è esposto alle conseguenze di questa trasgressione. Né importa chi sia né il pretesto per cui abbia agito. Sia individualmente, sia sotto il manto della Chiesa o della giustizia… un delitto ai danni del corpo o dell’anima è e rimane sempre un delitto! Inoltre per nulla può essere cambiato, neppure se c’è la parvenza del diritto, ciò che in molti casi non è il giusto, giacché naturalmente le leggi sono appunto state poste dagli uomini dell’intelletto e perciò non possono non avere in sé la limitatezza terrena.
Si osservi soltanto il diritto di molti stati, particolarmente dell’America centrale e meridionale. L’uomo che oggi detiene il potere e ha tutti gli onori, già domani può essere gettato in carcere come un malfattore e come tale giustiziato, se un avversario fortunato riesce a strappare, con un colpo di forza, il potere. Se non gli riesce, sarà giudicato lui e perseguitato come un criminale, invece di essere riconosciuto capo dello stato. Poi tutti gli organi amministrativi si adegueranno prontamente all’uno come all’altro. Perfino chi viaggia per il mondo è costretto spesso a cambiare coscienza come di vestito, di paese in paese, per essere ben visto dappertutto. Ciò che in un paese è delitto, in un altro è spesso ammesso, anzi, magari apprezzato.
Questo è naturalmente possibile solo a causa delle conquiste dell’intelletto, ma non lo potrebbe essere dove l’intelletto deve conservare la sua posizione naturale di strumento dello spirito vivente, perché chi ascolta lo spirito, non potrà mai trascurare le Leggi di Dio. Sulla base di esse, non c’è difetto e non ci sono lacune, ma c’è unitarietà e dunque gioia e pace. Le manifestazioni dello spirito, nelle loro linee generali, non possono essere che uguali a se stesse, sempre e dovunque, né saranno mai in contrasto fra di loro.
Anche la scienza del diritto, le scienze mediche, o quelle politiche, non possono essere che mestieri insufficienti, dove abbiano per base l’intelletto e manchi la spiritualità. Non è semplicemente possibile altrimenti. Naturalmente, partendo sempre da un vero concetto di «spirito».
Il sapere è un prodotto, ma lo spirito è vita, il cui valore e la cui forza non si possono commisurare che in dipendenza della loro origine spirituale. Più intima è questa dipendenza, e più ha valore e potenza la parte che deriva da quell’origine. Più è lenta questa dipendenza, più lontana, estranea, isolata e debole sarà quella frazione, cioè tale uomo.
Tutto questo è di una così semplice evidenza, che non si può capire come gli uomini di intelletto siano così aberranti da ignorarlo sempre e così ciecamente. Perché ciò che dà la radice, ricevono il tronco, i fiori e i frutti! Ma anche questo dimostra come essi hanno ristretto, ormai senza speranza, la loro capacità di comprensione. Si sono faticosamente costruiti davanti una muraglia, e non possono vedere altro, ancor meno attraverso di essa.
A tutti coloro in cui lo spirito è vivo non possono sembrare che dei poveri pazzi, con i loro sorrisi stereotipati e ironici, la loro protervia e il loro disprezzo per chi non è schiavo come loro, tali che nonostante la pietà, bisogna lasciarli nella loro illusione, perché neppure l’evidenza, in quei limiti di pensiero, sarebbe una prova contraria e non susciterebbe in loro alcuna impressione. Ogni tentativo di migliorarli equivarrebbe all’inutile sforzo di portare a guarigione un corpo malato avvolgendolo in un mantello nuovo e scintillante.
Ormai il materialismo ha superato il suo apogeo e ora, fallito in tutto, dovrà in poco tempo tramontare. Non senza trascinare con sé molto di buono. I suoi adepti sono già alla fine della loro sapienza; presto si sentiranno frastornati dalle loro opere, e poi da se stessi, ma non riconosceranno l’abisso che si è aperto davanti a loro. Saranno presto come un gregge senza pastore, senza fede l’uno nell’altro, seguitando ognuno la propria via, ma sempre con il capo levato sugli altri in superbia. Senza riflettere, dietro una vecchia abitudine.
Alla fine precipiteranno ciecamente nell’abisso con tutte le insegne della loro vana parvenza. Essi chiamano spirito ciò che non è se non prodotto del loro cervello. Ma la materia morta come potrebbe generare spirito vivente? Sono orgogliosi per tante cose del loro pensiero preciso e nelle cose essenziali lasciano senza scrupolo le più inammissibili lacune.
Ogni passo nuovo, ogni tentativo di miglioramento, porterà sempre con sé l’aridità dell’opera intellettuale e perciò il germe di un’inevitabile decadenza.
Tutto ciò che sto dicendo ora non è una profezia, né una vaga predicazione, ma la conseguenza inevitabile della Volontà creatrice che tutto vivifica, le cui Leggi sto spiegando nelle mie conferenze. Chi segue insieme a me in spirito la via così nettamente tracciata, non può non scorgere e riconoscere l’inevitabile fine. Tutti i segni ne sono apparsi.
Si levano alte grida e si guardano con disgusto gli eccessi del materialismo quali si mostrano in forme appena credibili. Si invoca a calde lacrime la liberazione dal tormento, l’emendazione, la guarigione da questa decadenza senza confini. I pochi che poterono salvare qualche moto della vita dell’anima da quest’alluvione di incredibili avvenimenti, il cui spirito non è stato soffocato dalla rovina generale, quella che mente superbamente portando in fronte la parola «progresso», si sentono come messi al bando, dimenticati, e come tali sono giudicati e irrisi da questi seguaci senz’anima dei tempi nuovi.
Una corona d’alloro per tutti coloro che hanno avuto il coraggio di non unirsi alle masse! Che sono fieramente rimasti indietro, sull’erta scoscesa del cammino!
Chi oggi se ne fa una pena è un sonnambulo! Aprite gli occhi! Non vedete dunque come tutto ciò che vi soffoca sia già l’inizio della precipitosa fine del materialismo, il cui dominio oggi non è che apparenza? L’intero edificio è pronto per rovinare, senza l’intervento di coloro che ne soffrirono e ancora oggi debbono soffrirne. L’intellettualismo, da oggi in poi, deve raccogliere ciò che nei millenni ha prodotto, alimentato, educato e adulato.
È un periodo lungo per un calcolo umano, ma nella macchina autonoma di Dio nella Creazione, non è che una spanna. Ovunque guardiate, comincia la rovina. È come un’ondata enorme che si leva minacciosa, e sta per precipitare su se stessa trascinando con sé e sommergendo nel profondo i suoi fedeli. È la Legge inesorabile degli effetti di ritorno, che non può se non rivelarsi terribile in questa sua attuazione, in quanto nei millenni, nonostante le molteplici esperienze, non si è mai determinato un mutamento verso il meglio, ma al contrario si è sempre battuta e allargata la stessa errata via.
Ora, o voi che disperate, il tempo è venuto! Levate la fronte, che tante volte avete dovuto abbassare per la vergogna quando l’ingiustizia e la stoltezza poterono così profondamente offendervi. Guardate tranquillamente in faccia, oggi, quell’avversario che vi voleva tanto opprimere!
Quella che è stata finora una veste sfarzosa presenta già fitte lacerazioni. Attraverso gli strappi si vede finalmente il corpo nella sua vera forma. Malsicuro, anche se non meno pretenzioso, l’intelletto, il prodotto fiacco del cervello umano che si è spacciato per spirito, guarda fuori senza intendere!
Toglietevi ora tranquillamente la benda dagli occhi e osservate più attentamente intorno. Una semplice scorsa sui giornali generalmente abbastanza buoni fa conoscere molte cose a uno sguardo acuto. Si vede lo sforzo disperato di aggrapparsi ancora a tutte le vecchie parvenze. Con arroganza, e spesso con un ben goffo umorismo, si cerca di coprire una perplessità sempre più chiaramente visibile. Spesso, con espressioni insipide, un uomo cerca di giudicare qualcosa di cui in verità non ha evidentemente alcun concetto.
Perfino uomini altamente qualificati si rifugiano oggi, senza risorse, su queste sudice vie soltanto per non ammettere che tanti fatti vanno al di là della capacità d’intendimento del loro intelletto, al quale soltanto hanno voluto finora affidarsi. Non sentono il ridicolo del loro atteggiamento, non vedono le parti deboli e perciò contribuiscono ad ingrandirle. Presto si troveranno di fronte alla Verità, confusi e abbagliati, ricapitolando tristemente la loro vita mancata, riconoscendo alla fine con vergogna che non vi era appunto se non stoltezza dove essi vedevano saggezza.
A cosa siamo giunti oggi? Al trionfo dell’uomo-muscolo! Dov’è uno scienziato serio che dopo decenni di ricerche abbia scoperto un siero atto a donare a migliaia di uomini, grandi e piccoli, anno per anno difesa e protezione da malattie mortali, il quale abbia potuto festeggiare lo stesso trionfo di un pugile che batte il suo avversario con la più materiale e grossolana brutalità? E c’è, con questo, il più piccolo profitto per un’anima umana? È soltanto terreno e tutto terreno, cioè del gradino più basso dell’intera Creazione! Perfettamente corrispondente al vitello d’oro dell’intellettualità. Il trionfo di questo falso idolo d’argilla ancorato alla terra, sopra un’umanità mutilata!
Nessuno vede questa vertiginosa caduta nell’orribile abisso!
Chi ne ha l’intuizione si chiude intanto nel silenzio, con l’avvilente coscienza di essere deriso qualora parlasse. È come un folle smarrimento in cui già germoglia la conoscenza della propria impotenza. Con questo presentimento si crea una ribellione maggiore per l’ostinazione, la vanità, e non meno il timore e l’orrore di ciò che sta per venire. Non si vuole pensare già al termine di questo grande errore a nessun prezzo! Ci si aggrappa disperatamente alla superba costruzione dei secoli passati, che in tutto somiglia alla torre di Babele e finirà come essa!
Il materialismo, finora non domato, ha in sé il presagio della sua morte, che si manifesta più chiaramente di mese in mese.
Eppure, in tutti i paesi, su tutta la terra, qualcosa si muove in innumerevoli anime! Sopra lo splendore della Verità non si stende che il fragile strato delle false concezioni di un tempo che il primo colpo di vento purificatore disperderà: così l’intima luce sarà liberata, si unirà a molte altre, per formare un fascio fiammeggiante che si eleverà come un fuoco di gratitudine verso il Regno della gioia luminosa, ai piedi del Creatore.
Ciò avverrà al tempo dell’atteso Regno dei mille anni che è dinanzi a noi come una grande stella di speranza in una splendente promessa!
Così sarà finalmente purgato il grande peccato contro lo Spirito commesso da tutta l’umanità che l’ha tenuto, con l’intelletto, incatenato sulla terra! Questo soltanto sarà il vero cammino per il ritorno all’ordine naturale, il cammino della Volontà del Creatore, che vuole che le opere umane siano grandi, percorse da intuizioni viventi! La vittoria dello Spirito sarà contemporaneamente la vittoria del più puro Amore!